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13 GIUGNO 2026

Un ritorno che parla al cuore

La festa di Sant'Antonio tra memoria, gratitudine e continuità carismatica In occasione della festa di Sant'Antonio, la comunità educativa ha vissuto un momento particolarmente significativo grazie alla presenza di Sr. M. Laxmi Mukkath Paul e Sr. Maria Catena, Figlie del Divino Zelo, che hanno condiviso con gioia questa celebrazione nella casa dove, per tanti anni, le religiose hanno svolto la loro missione educativa e apostolica. Oggi l'opera continua grazie all'impegno dei laici che, con dedizione e amore, portano avanti il servizio educativo ispirato allo spirito di Sant'Annibale Maria Di Francia e al carisma del Rogate, custodendone i valori e trasmettendoli alle nuove generazioni. La loro presenza ha reso ancora più bello questo incontro, suscitando ricordi, emozioni e gratitudine in quanti hanno vissuto questa realtà da bambini e oggi ne raccolgono l'eredità come educatori. Di seguito condividiamo la testimonianza di Veronica, ex alunna e oggi educatrice della Scuola dell'Infanzia. ________________________________________ Una giornata che porterò nel cuore Quella vissuta durante la festa di Sant'Antonio è stata una giornata che porterò sempre nel cuore. È stato come fare un tuffo nel passato: per un attimo mi è sembrato di tornare bambina e di rivivere le emozioni di quando partecipavo anch'io a questa festa insieme alle suore. Vedere le Figlie del Divino Zelo in mezzo ai bambini mi ha profondamente commossa perché, nei loro sorrisi e nella loro gioia, ho rivisto me stessa. Ho ritrovato la stessa semplicità, lo stesso entusiasmo e quel senso di famiglia che rende questa festa così speciale. Grazie per la vostra presenza, per la testimonianza di fede che donate ogni giorno e per l'amore con cui continuate a prendervi cura dei più piccoli. Ci sono esperienze che non si dimenticano, perché lasciano un segno profondo nel cuore e accompagnano una persona per tutta la vita. Conservo questa giornata come un dono prezioso e spero che tanti altri bambini possano vivere la stessa gioia e custodire, crescendo, ricordi altrettanto belli e significativi. Grazie di cuore per tutto il bene che fate e per la luce che continuate a seminare nelle giovani generazioni. Veronica Ex alunna e oggi educatrice della Scuola dell'Infanzia

Semi di Parola

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A - Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi (Mt 20,1-16).
Alla luce della retribuzione secondo il diritto del lavoro, non è assolutamente giusto l’atteggiamento del padrone: chi ha lavorato di più avrebbe dovuto avere di più e se chi ha lavorato un’ora ha ricevuto un denaro gli altri avrebbero dovuto ricevere un salario proporzionato e adeguato. Ma non è questa la logica della parabola. Al di fuori della metafora, l’uscita di casa del padrone è quella di Dio che si mette in cammino verso l’uomo per donargli l’unica paga che può e vuole elargire: quella che nel linguaggio cristiano si chiama salvezza oppure vita eterna e che noi possiamo tradurre in termini più comprensibili: dare un senso alla propria vita. Non importa se una persona lo scopre da giovane o in una fase più adulta o addirittura nell’approssimarsi della morte. Dio si è rivelato, dice il Concilio, per chiamarci alla relazione con Lui e per diventare suoi amici. Il vero problema sorge quando pensiamo di avere l’esclusiva della relazione con Dio, di essere gli unici meritevoli, provando una certa soddisfazione nel vedere gli altri, i non allineati alla nostra perfezione, magari bruciare all’inferno o comunque scontare tanto purgatorio. Questo se vediamo dal punto di vista del Dio datore di lavoro; se poi vediamo la nostra risposta nel lavorare nella vigna (che, non dimentichiamo, è un’immagine della chiesa e dell’umanità), siamo portati a credere che al lavoro debba corrispondere una ricompensa, mentre, come dice Gesù in un’altra parabola, dopo aver lavorato nei campi e una volta rientrati, i servi devono servire il padrone a tavola sapendo di essere, appunto, semplicemente servi. Qui sta anche il senso della frase finale del vangelo: i primi e gli ultimi non si scambiano il posto, ma si riconoscono tutti nella stessa condizione che è quella di collaborare sempre alla crescita del regno di Dio, non importa se sono grandi protagonisti nell’azione o anonimi e imperfetti discepoli; per Dio, infatti, siamo tutti uguali perché ama tutti totalmente, senza nessuna distinzione. Se c’è una soddisfazione non deve essere quella di ricevere uno sguardo maggiore di benevolenza da parte sua, ma di sapere che anche chi non ce la fa a fare meglio è amato allo stesso modo, perché uno solo è il Padre, ha detto Gesù, e noi siamo tutti fratelli. Se fossimo stati noi il padrone, come spesso accade a chi amministra le cose di Dio, avremmo forse dato il salario in base al lavoro realmente svolto, oppure (peggio) per dispetto, avremmo rimandato i lamentosi senza paga. Ma per fortuna l’amministrazione della ricompensa finale Dio non l’ha delegata a nessuno e, mi sia consentito dire, nemmeno al papa.

La Preghiera della Memoria

Attraverso i volti e la storia.

Belvedere del Rogate

libreria del santo